| Conferenza tenuta
sabato 29 luglio 2000, presso la Villa
San Carlo Borromeo di Senago e pubblicata col libro IL
BRAINWORKING, edito da Spirali.
Il tempo non è né oggettivo né concettuale.
Il tempo non appartiene alla coscienza. Affinché sia
tollerato come altro tempo e senza l’ontologia, solo
la restituzione del testo occidentale può dare un contributo.
Il tempo come tempo del fare è estraneo al discorso
occidentale. Il tempo senza soggettività. Il tempo
senza la psicotecnica e la psicomacchina, che possano misurarlo
e risparmiarlo. Il tempo della parola non è il tempo
del discorso come tale. Non è il tempo logico.
Jacques Lacan descrive, a suo modo, il tempo logico, qualcosa
che ancora ritrova la scia del tempo dialettico. Ma il tempo
non è dialettico, non appartiene per nulla alla dialettica.
La dialettica è frastica. E il tempo è nel pragma,
e non già nella frase. Tempo storico? Assurdo. Freud
distingue fra la verità storica e la verità
materiale. E Giambattista Vico distingue tra la filologia
e la filosofia. La filologia rende conto della storia, ovvero
della ricerca, e dice in che modo l’itinerario, sintattico
e frastico, non debba nulla alla conoscenza. La filosofia
di Vico è una filosofia giuridica, cioè pragmatica.
I filosofi del diritto, dopo di lui, hanno fatto di tutto
per cancellare il diritto dell’Altro, che dimora nell’infinito
della parola.
La sintassi non può fare a meno della pausazione.
La frase non può fare a meno della modulazione. Il
pragma non può fare a meno del tempo. Ciò che
incomincia e ciò che debutta procedono dalla treccia,
o dalla traccia.
Anche Leonardo da Vinci s’interrogava intorno alla
treccia. Intorno al nodo. Intorno alla croce. Intorno alla
traccia. Intorno al modo dell’apertura della parola.
La sola apertura che possa dirsi intellettuale è l’apertura
della parola.
Così, accade che nell’intervallo — ciascuna
cosa accade nell’intervallo — ci sia anche una
visita in libreria. Breve. Non trattiamo la libreria come
una biblioteca. Una visita breve. Come la lettura, deve risentire
della brevità. Però, mezz’ora è
sufficiente per acquisire una cinquantina di libri di un certo
interesse — non un interesse rispetto a qualcosa che
debba essere saputo, rispetto al sapere — che costituiscano
il materiale e il pretesto perché la condizione, che
è dell’itinerario, possa dare adito alla memoria
e al suo esercizio. La memoria non si esercita riproducendo,
rimemorando, ricordando, ripetendo. E, per caso, tra i vari
libri, che risultano un “contributo” al dibattito,
ne abbiamo trovato uno di André Green, anche se è
un mancato contributo (un libro può interessare anche
per il suo mancato contributo, per cogliere come le cose non
sono e per stabilire come occorre che divengano, pur non essendo
mai state).
Alcuni di voi hanno incontrato André Green al congresso
di Roma dal titolo La cultura, che si è tenuto
alla fine di gennaio del 1982. André Green si rammaricava
di avere notato il lacanismo senza Lacan, e di non avere avuto
a disposizione la sala principale. Chi sa quale discorso pontificale
aveva immaginato. Dopo il Discours de Rome del 1953
di Lacan, può darsi che Green sia venuto a Roma immaginando
di tenere anche lui un discours de Rome. Ma il suo
discours de Rome consisteva nel dire che aveva notato
il lacanismo senza Lacan. Nulla aveva capito e ancora meno
aveva inteso.
Valutiamo che cosa dice al culmine, all’acme della
sua carriera professionale e scientifica André Green,
psicanalista. André Green che è, come dire,
il non plus ultra, perché, se consideriamo, invece,
Otto Kernberg, o qualcuno degli italiani, non trovia mo proprio
nulla, nemmeno nei termini che stiamo dicendo.
André Green: che produzione intellettuale è
la sua? Negli anni settanta, Maud Mannoni scriveva un libro
dal titolo L’institution éclatée.
E Franco Basaglia L’istituzione negata. André
Green, invece, pubblica oggi un libro dal titolo Le temps
éclaté. Il tempo scoppiato. “Il
sogno dimostra l’esistenza di un tempo scoppiato, cioè
di un tempo che non ha più niente e più nulla
a che vedere con l’idea di una successione ordinata
secondo la tripartizione: passato, presente, futuro”.
Il tempo sarebbe “scoppiato”? E perché?
Era già scoppiato con Hegel. Perché aveva bisogno
di scoppiare? Che cosa è scoppiato? Il concetto di
tempo o il tempo? Poiché questo è un concetto,
non è il tempo. Il tempo come successione di passato,
presente, futuro non ha niente a che vedere con il tempo.
“Del mio sogno tutto è di un puro presente”.
Ecco come è scoppiato. “Puro presente”.
La diacronia che gravita sulla sincronia. André Green
ha scritto altri libri, fra cui uno che s’intitola La
diachronie en psychanalyse. La prefazione incomincia
così: “Svegliandomi, questa mattina, mi sono
ricordato”, non può dire mi è venuto in
mente, “di un sogno della notte. Poco importa il sogno,
di fatto importa molto, ma non tengo a svelarne il contenuto”.
André Green è homo psychanaliticus.
Quindi, non intellettuale.
“Ho preso coscienza della mescolanza dei tempi…”,
siamo alla coniugazione dei tempi, al tempo coniugato, “…
dei tempi con cui mi confrontavano le mie associazioni, a
partire dai suoi elementi, i resti diurni mi rinviavano a
una frase pronunciata alcuni giorni…”. I resti
diurni non sono la cosa più felice di Freud. Che cos’è
il resto diurno? Il sogno, nel racconto, evoca, come materiale,
una cosa avvenuta il giorno prima, o una cosa di dieci anni
prima. È questo che chiamiamo resto diurno? Il resto
rispetto al resto diurno? La formula di Freud è infelice.
Però, viene spesso scimmiottata.
“Inoltre, se il suo contenuto manifesto sembrava obbedire
a una certa linearità, senza dubbio acquisita après
coup per il fatto stesso dell’elaborazione secondaria…”.
Freud faceva queste distinzioni per la prima volta. Ma, dopo
un secolo, si ripetono le stesse formule. “… è
una parvenza superficiale che svanisce tra il lavoro associativo.
Il rinvio a periodi differenti del mio passato…”,
qui, si ricorda della sua prima infanzia, “… permette
di constatare che non è classificandoli secondo la
data alla quale si riferiscono che il senso del contenuto
latente del sogno si rivelerà”.
È come l’acqua calda, quando c’è
una temperatura di cinquanta gradi all’ombra. Poi, aggiunge:
“Per quanto ne è dell’umano, bisogna andare
al di là di ciò di cui l’uomo è
così fiero: la coscienza del tempo, che è coscienza
della morte. Un’aporia ci si presenta: non c’è
coscienza dell’inconscio”.
Questo, Green l’ha scritto nel marzo del 2000. “Come
pensare le figure del tempo erigendo un quadro d’insieme
giacché l’inconscio, nella varietà delle
sue espressioni, secondo la potenza perenne dei suoi desideri
fino alle ripetizioni sterilizzanti che sembrano fissarli,
lo vieta. È forse questa l’impasse che noi non
potremo evitare”.
Poi, fa un excursus delle posizioni di altri sul tempo e
conclude: “L’analisi del transfert consente di
articolare l’ultima teoria delle pulsioni con il rapporto
con l’oggetto e con l’Altro. Inoltre, la fonte
del pensiero psicanalitico e dell’esperienza psicanalitica
dà un’idea del tempo che appartiene soltanto
a essa, ma è ignota al di fuori di essa. Quest’idea,
la chiamiamo idea del tempo scoppiato”.
Ecco l’idea del tempo. Qual è l’interesse
di questo libro, che ripropone, a suo modo, in termini la
cui evidenza è inoppugnabile e il cui esorcismo è
palese, le “teorie psicanalitiche” (Donald W.
Winnicott, Melanie Klein, Sérge Wiedermann, lo stesso
Lacan, e altri) intorno al tempo? È un excursus.
L’automa è il tempo, nel fare, secondo l’occorrenza.
Tempo irreale. Tempo, che non appartiene al registro dell’impossibile.
Tempo non storico. La diacronia è una prerogativa del
tempo, e non della storia. Nemmeno la diacronia è storica.
L’anacronia è nella sembianza come anatomia.
Anatomia è il tempo della sembianza, il tempo dell’immagine
o delle immagini, il tempo del fare proprio alla sembianza.
E non c’è più sincronia. Non c’è
più la contemporaneità.
La simultaneità è condizione. Anche del fare.
Segnatamente, la simultaneità come voce. Niente tempo
della voce. Altrimenti, perderebbe il timbro e il tono.
Se la rete si rivolge al simbolo e la tela alla lettera,
la rete trova compimento nella legge e la tela trova compimento
nell’etica. Il diritto non appartiene alla legge e neppure
all’etica. Il diritto non è secondo la legge.
Il diritto si stabilisce tra la legge e l’etica, ma
non deve seguire i dettami né della legge né
dell’etica. Anche perché la legge e l’etica
non dettano. Nessuno può dettare legge e nessuno può
dettare l’etica. Chi detta legge immagina di dettarla
nell’intervallo. Chi detta l’etica immagina di
dettarla nell’intervallo. In ciascuno dei due casi,
si tratta di una specie di confisca del diritto. È
per questo che non c’è più legislatore
o legiferante. Si stabilirebbe, altrimenti, il metalinguaggio.
Il discorso occidentale è, invece, il discorso della
legge o il discorso della morale. È per questo che
la responsabilità diventa morale e la capacità
legale.
La rete (net), la tela (web) e il tessuto. Si discute d’ipertesto.
Ma, intanto, il testo. Quale testo? C’è un testo
che non sia ipertesto? Se il testo è senza l’infinito
attuale, non c’è ipertesto, poiché l’ipertesto
non può essere semiologico, non può appartenere
alla semiologia. Se interrogate coloro che utilizzano il termine
ipertesto, anche nella “teorizzazione” della telematica,
notate che è un concetto che appartiene alla semiologia.
Alla semiologia così come è entrata nell’uso
comune, senza molte cosiddette finezze o sottigliezze.
Forse, possiamo ribadire questo: il tessuto attiene sia alla
rete sia alla tela sia a ciò che avviene, a ciò
che accade e che si scrive, a ciò che accade e a ciò
che si fa nell’intervallo (anche nell’intervallo
tra la rete e la tela, tra net e web). La condizione del net
è lo specchio. La condizione del web è lo sguardo.
La condizione del fare e della sua struttura, pertanto dell’istanza
di scrittura che è la finanza, è la voce.
Abbiamo esplorato la numismatica come pittura, come arte
del colore, allo stesso modo in cui Niccolò Machiavelli
ha introdotto l’arte dello stato. Il colore. Lo stato.
La moneta. La carne. La carne non c’è prima del
cristianesimo. C’è il cadavere, e non già
la carne. Negli scritti classici dei greci non c’è
la carne.
Come si stabilisce il valore di un’azienda? Noi ragioniamo
come valutare un’azienda. Teniamo conto del bilancio?
Bilancio, bilancia, partita doppia. Luca Pacioli è
stato indicato come inventore della partita doppia. Ma prima
di lui, forse c’era stato Piero della Francesca, il
suo maestro. Chi scrive di Piero della Francesca pittore e
ignora i suoi scritti non intende e non restituisce il testo
di Piero della Francesca. Può dire le sue impressioni,
può fare letteratura, può scrivere anche un
romanzo o una novella intorno a Piero della Francesca e alle
evocazioni che dà la sua pittura, ma non restituisce
il testo di Piero della Francesca.
Consideriamo il valore. Il valore è di ciò
che è stato? Il valore è di ciò che è?
È un valore del tempo presente, come dice questo signore?
Il libro è bianco e dice appunto “tempo presente”,
“Tout mon rêve, c’est un pure present”,
un puro presente. Ma il tempo non è mai né presente
né assente. E non è nell’alternanza fra
presenza e assenza.
Il valore dell’impresa, poiché l’impresa
è attraversata dal tempo, non può prescindere
dal tempo e, quindi, dal fare. Il valore dell’impresa
non può essere il valore del tempo passato e nemmeno
il valore del tempo presente. Il valore dell’impresa
è il valore dell’avvenire e è il modo
con cui l’impresa si rivolge al valore assoluto. Sta
qui la valutazione, che è temporale, propria all’impresa.
Sta qui il giudizio, che è proprio dell’impresa
e che non è giudizio sull’impresa. E sta qui
la ragione, che è propria dell’impresa e che
non è ragione sull’impresa.
Ciò che stiamo dicendo è una rivoluzione rispetto
alla trattatistica intorno alla valutazione. In questa materia,
forse, i fiscalisti possono divenire più interlocutori
degli economisti. I fiscalisti sono costretti a trovare una
strada. Se non la trovano, allora sono economisti, fanno i
commercialisti. Sono professionisti. Ma bisogna che il fiscalista
divenga intellettuale, altrimenti non troverà mai la
strada. Trovare la strada rispetto all’impresa, trovare
la direzione è essenziale. E soltanto la direzione
può indicare il valore. Senza direzione, qual è
il valore? L’impresa non ha direzione? Non ha valore.
Ovvero, ha un valore di liquidazione. La liquidiamo. L’impresa
viene liquefatta e allora ha un valore da liquefazione, da
dissoluzione chimica. Restano i frammenti: quanto vale questo,
quanto vale quello. E, a questo punto, arriva il liquidatore.
Alcuni economisti sono emuli dei commercialisti giudiziari:
fanno i liquidatori. Valutano l’impresa, come se l’impresa
fosse in liquidazione.
DAL PUBBLICO La valutazione dell’azienda è
un’interrogazione?
La valutazione procede dall’interrogazione, dall’ironia.
Le professioni si distinguono in due tipi: una minaccia la
morte, un’altra minaccia la prigione. Ma ce n’è
una, che potrebbe non minacciare né la morte né
la prigione e, quindi, non essere propriamente una professione,
e è quella del fiscalista.
Il fiscalista non minaccia nulla, perché è
nell’occorrenza. Egli deve indicare la strada da seguire.
Però, per indicare la strada, deve badare alla direzione.
E, la direzione, non può stabilirla da solo. La direzione
deve, per forza, essere trovata in quella che gli americani
chiamano la leadership. Deve essere trovata nel dispositivo
di direzione.
Noi possiamo fare come Freud, e distinguere tra verità
storica e verità materiale. Dato che non c’è
verità rivelata, non c’è verità
per Apocalisse, per disvelamento, per rivelazione o per toglimento
del velo. Il velo non viene tolto, per questo non c’è
più nascondimento.
Il valore storico. Ci sono dati che traggono verso la rete
e verso la tela. Questi dati sono la cabala dell’azienda.
Anzitutto, la cabalistica dell’azienda. Poi, per stabilire
il valore, dobbiamo introdurre l’aritmetica dell’azienda.
Senza aritmetica, non stabiliamo il valore. Ma che cosa fanno
questi economisti? Fanno l’algebra. E l’algebra
è liquidatrice. Oppure fanno la geometria dell’azienda.
Qual è il nutrimento dell’aritmetica? Da una
parte, la cabala, la nominazione, che è il sentiero
lungo la rete e il sentiero lungo la tela; dall’altra,
l’infinito. C’è un’aritmetica non
pragmatica, un’aritmetica intemporale, un’aritmetica
senza l’automa, senza l’automazione? L’automazione
è essenziale per stabilire il valore dell’azienda.
Il ritmo è essenziale. Qual è il ritmo dell’azienda?
Quali sono gli appuntamenti, le scadenze? Qual è il
progetto? Qual è il programma? Tutto questo è
essenziale, per stabilire la valutazione dell’azienda.
L’affare non è mai reale. Chi lo considera reale
entra in un’euforia. L’affare non è reale,
è contingente. È secondo l’occorrenza.
In che modo un’azienda diviene caso? Qual è
il valore dell’azienda. E quali sono i dispositivi?
Qual è il progetto? Qual è il programma? Qual
è il ritmo? Qual è la direzione?
Villa
San Carlo Borromeo, 29 luglio 2000 |